Archive for the ‘Economy’ Category


1 Trillion dollars made of 100 $ bills. Yeah, the red spot in the corner is a man!
Via: pagetutor.com
Photo Of The Day: 1 Trillion Dollars

Da qualche giorno passa in tv questo spot in cui 2 comici di Zelig ci esortano ad entrare in farmacia il 14 gennaio, comprare 1 farmaco, donarlo al banco farmaceutico.
“Andiamo in farmacia a far del bene a chi ne ha veramente bisogno”
Bene, l’iniziativa è più che lodevole, donare farmaci a chi ne ha bisogno e non può permetterseli, ma è la modalità che mi lascia pensieroso, perchè si, i farmaci (si spera!) finiranno a chi ne ha realmente bisogno ed è impossibilitato a comprarli, ma buona parte del nostro altruismo beneficerà altre persone non propriamente così bisognose, chi? Farmacisti e case farmaceutiche. Vi spiego come… Read More »
Contro il Banco Farmaceutico – Giornata del Farmaco

Ottimo video che spiega in maniera realmente semplice ed essenziale la truffa in corso che deruba i cittadini.
Da vedere e far circolare.
“Se la gente capisse la natura del nostro sistema monetario e creditizio, avremmo una rivoluzione domani mattina presto”
Henry Ford
Via: Snow Crash
Truffa di Stato: la moneta [video]

**************** A NOTE FROM MANAGEMENT ***************
DUE TO THE RECENT BUDGET CUTS, AND THE RISING COST OF ELECTRICITY, GAS, AND OIL, THE LIGHT AT THE END OF THE TUNNEL HAS BEEN TURNED OFF.
WE APOLOGIZE FOR ANY INCONVENIENCE
Humor a Wall Street

… espressi da Ron Paul!
Prima direttamente a Bernanke
e poi su Fox Business
Ron Paul for president! That’s a real “change we can believe in”!
Purtroppo non importa chi vincerà a novembre, tra McCain e Obama saranno comunque “4 years of the same”, Keynes ha fatto proseliti.
Via: blog.mises.org
My thoughts about the $ 700 Bn bailout…

Leggere e ripetere, ripetere, ripetere e diffondere.
Inflation and Energy Myths
Inflation — or, rather, the general rise in prices[1] —and the increase in energy prices are issues that have always created numerous economic myths.The following are some of the most common ones.Myth # 1: “Dependence on Foreign Oil”
This myth basically suggests that the problem with oil prices is due to America’s “dependence” on foreign oil. One of the worst economic myths, it plays on economic nationalism and on xenophobic feelings that are sometimes pervasive in the United States. Read More »
Economic myths in the USA

Leggendo l’analisi di oggi sul Sole 24 Ore relativa all’intreccio tra banche, amministrazioni locali e strumenti finanziari poco chiari si capisce al volo il perchè lo Stato dovrebbe stare lontano da ogni tipo di operazione finanziaria o che lo porti ad essere un operatore di mercato.
1_ Perchè gli amministratori non rischiano i loro soldi ma quelli dei cittadini
2_ Perchè i debiti li contraggono sempre e comunque i cittadini
3_ Perchè non sanno cosa fanno!
3_ Perchè non esiste nessun sistema che possa essere più efficiente di quanto lo è un libero mercato
4_ Perchè non è compito dello Stato fare da assicuratore intascando una cedola da spendere in spesa corrente (invece che tagliare la marea di spesa esistente) a fronte di un rischio assunto per decenni che cadrà sui futuri amministratori e cittadini (oltre che sugli attuali).
5_ L’ho già detto che non sanno quello che fanno!?
Si potrebbe continuare ancora, ma semplicemente non è il compito dello Stato, che sia a livello nazionale o locale, “giocare” con le banche nella grande finanza assumendo ruoli che non gli competono: imprenditore, assicuratore, banca d’investimento.
Se ce ne fosse bisogno ora abbiamo anche la prova materiale che quando si cimenta in queste imprese crea disastri su disastri.
Del perché lo Stato non deve essere un operatore finanziario

Leggo e vedo reportage di assalti al tragitto della fiaccola olimpica per protestare contro la Cina e lo svolgimento questo agosto delle olimpiadi a Pechino (o è meglio dire Beijing?).
Sento continuamente persone lamentarsi delle condizioni di vita e di lavoro in Cina, lamentele che arrivano da tutti i ceti sociali, diversi paesi, diverse età, tutti a lamentarsi di quando sia sfruttata la mano d’opera in Cina ma non sembra fermarli dal comprare prodotti “Made In China”.
Io stesso credo che la condizioni di vita di milioni di cinesi non siano accettabili per gli standard internazionali, ma questa critica viene scritta su di un iMac “Made In China”, inviato attraverso un router “Made In China” poggiati entrambi su una scrivania Ikea con parti “Made In China”.
Questo è il livello di ipocrisia che si cela dietro tante anime belle che cavalcano in questo momento l’onda della protesta contro la Cina, e mi dispiace fare l’avvocato del diavolo, ma quei vestiti per cui i cinesi vengono sfruttati non si vendono da soli…
Io sono convinto che per i cinesi sia una condizione migliore quella attuale dove miliardi di dollari vengono investiti nel loro paese per produrre a basso costo prodotti per il resto del mondo, piuttosto che un isolamento totale. Questa fase di “sfruttamento” non è altro che l’inizio (come è sempre stato se guardiamo le serie storiche) di una emancipazione dalla povertà assoluta in cui viveva e vive ancora il popolo cinese.
Pensare che l’isolamento, o la messa al bando della Cina, dei suoi prodotti e di tutto quello che la coinvolge sia una mossa che tutelerà i lavoratori cinesi o semplicemente i cittadini cinesi significa non capire che il giorno stesso in cui si smetterà di comprare “Made In China” quello che ne soffrirà (oltre che il nostro portafolio) sarà il lavoratore cinese che morirà di fame, non la nomenklatura del regime nei grattacieli di Beijing (o devo dire Pechino?).
Cina, le olimpiadi, condizioni di lavoro e una piccola riflessione

La BBC sta conducendo un’indagine su 6 famiglie sparse per il mondo per vedere come l’aumento globale dei prezzi relativi agli alimenti stia influendo sul loro bilancio familiare e stile di vita.
Le famiglie sono in Guatemala, UK, India, Cina, Kenya e Egitto.
Tra 6 mesi torneranno ad intervistarle per capire cosa è cambiato.
Via: Gadling.com
Aumentano i prezzi degli alimentari in tutto il mondo, diversi gli effetti

Il Giappone è sicuramente un grande consumatore di elettronica, forse il più grande, tuttavia le più grandi aziende che creano innovazione e hanno cavalcato l’era digitale sono in prevalenza negli USA: Google, Apple, Microsoft, o comunque non giapponesi, Nokia, Vodafone, China Mobile.
Newsweek affronta la questione con un articolo in 5 pagine consultabile online, il passaggio che forse sintetizza i problemi legati alla mancanza di affermazione globale da parte delle aziende giapponesi in ambito digitale è il seguente:
The reasons for this run deeper than a dysfunctional corporate culture. Among the problems: promotion based strictly on seniority (resulting in managers with little training in information technology), and a near-complete disconnect between universities and the corporate sector.
Ovvero, le ragioni sono un sistema di promozione aziendale legato all’anzianità lavorativa e uno scollegamento tra università e mondo del lavoro.
Problemi che possiamo notare anche in Italia e che portano le medesime conseguenze: nonostante si consumi un alto grado di tecnologia (il numero di cellulari in Italia è emblematico) il nostro paese non occupa nessuna posizione di rilievo a livello d’innovazione nella nuova era digitale, pur avendo alle sue spalle una storia di eccellenze e successo, come Olivetti per fare un esempio.
La soluzione per il Giappone (e per l’Italia) è un’apertura totale al mercato internazionale, non si può sfuggire per sempre alle sfide che la globalizzazione (e quindi l’unificazione dei mercati) ci stanno portando, o si finisce per perdere le sfide a tavolino.
Se avete 10 minuti e ve la cavate con l’inglese vi consiglio la lettura integrale del pezzo su Newsweek.
Il paradosso giapponese: leader tecnologico che non domina l’era digitale

E’ questa la conclusione dell’articolo apparso sul sito del Von Mises Istitute.
La media europea degli accessi internet è appena superiore alla media OCSE.
Uno dei problemi identificati dalla Commissione Europea è la proprietà delle reti di telecomunicazioni: nei periodi di privatizzazione dei monopoli pubbblici relativi alle telecomunicazioni nessuno si è posto il problema di dividere la proprietà della rete dai gestori dei servizi che sono obbligati ad usarla per arrivare ai loro clienti.
Lo spiacevole risultato è stato un monopolio pubblico traformato in uno privato.
La soluzione prospetta è di dividere ora la proprietà della rete dai fornitori di servizi per incoraggiare la concorrenza, insomma si tenta di rimette i buoi nel recinto dopo aver intascato miliardi per farli scappare.
Quando poi sentirete qualcuno lamentarsi del fatto che nessun privato si arrischia a investire in infrastrutture saprete perchè.
Se dopo aver realizzato la struttura (o acquistata) questa viene dichiarata di importanza strategica e tolta dal vostro controllo (nel momento in cui dovreste riuscire a rientrare degli investimenti tramite la rendita) voi investireste ancora 1 € la prossima volta?
E’ stato l’intervento del regolatore a creare il monopolio, l’intervento del regolatore a renderlo privato, ora l’intervento del regolatore vuole provare una nuova soluzione e rimischiare le carte… quando si capirà che la strada è il free market sarà sempre troppo tardi.
Internet access in Europa: è davvero l’interventismo la via?

I cittadini e la blogsfera si dividono tra critiche ed elogi della proposta di far pagare un ticket d’igresso a Milano.
Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni dopo essersi schierato a favore del ticket, prova a rispondere sul suo blog ad alcune visioni critiche di questo nuova ipotesi di pedaggio.
Purtroppo in queste critiche non ne ho trovata una fondamentale: l’esenzione dal pagamento del ticket per i residenti è sbagliata.
Immagino la vostra reazione: “Ma come? Vivo a Milano, mi devo sorbire un traffico pauroso tutti i giorni e vuoi anche farmi pagare?” ed in effetti non avreste tutti i torti a reagire così, ma se l’obbiettivo è diminuire il traffico e lo smog introducendo un pedaggio, l’unico modo per raggiungere l’obbiettivo è che tutte le automobili circolanti siano sottoposte a questo pedaggio.
Il perchè è semplice da spiegare: la maggioranza del traffico a Milano è generata dai residenti, scoraggiare i non residenti ad entrare in città non risolve il problema dello smog e del traffico (Affari Italiani ipotizza una riduzione massima del traffico pari al 7,5% e del 2% per lo smog al giorno), inoltre la riduzione delle autovetture dei non residenti sulle strade milanesi potrebbe incoraggiare nuovi residenti ad usare l’auto, riportandoci al punto di partenza.
Il rischio è vedere i cittadini esentati dal pagamento del ticket “occupare” i posti lasciati liberi dai cittadini non residenti.
Chiaramente si è scelta la via politicamente più conveniente, scaricare gli oneri sugli elettori di altri comuni invece che sui propri, sventolando come risultato il calo di smog e traffico, ma alla fine i risultati sperati potrebbero non arrivare, e rimarrebbe solo un’altra tassa sulle spalle dei cittadini che continueranno a vivere nel traffico, con lo smog e dal 2007 (forse) pagheranno per farlo.
Update: Trovate una risposta alla mia critica da parte di Carlo Stagnaro sul suo blog, oltre che nei commenti.
“Pollution charge” a Milano, ecco perchè è destinata a fallire

Eccovi un messaggio che gira da tempo in rete, il titolo dice già tutto, fatelo girare anche voi!
How Taxes Work . . .
This is a VERY simple way to understand the tax laws. Read on — it does make you think!!
Let’s put tax cuts in terms everyone can understand. Suppose that every day, ten men go out for dinner. The bill for all ten comes to $100. If they paid their bill the way we pay our taxes, it would go something like this:
The first four men — the poorest — would pay nothing; the fifth would pay $1, the sixth would pay $3, the seventh $7, the eighth $12, the ninth $18, and the tenth man — the richest — would pay $59.
That’s what they decided to do. The ten men ate dinner in the restaurant every day and seemed quite happy with the arrangement — until one day, the owner threw them a curve (in tax language a tax cut).
“Since you are all such good customers,” he said, “I’m going to reduce the cost of your daily meal by $20.” So now dinner for the ten only cost $80.00.
The group still wanted to pay their bill the way we pay our taxes. So the first four men were unaffected. They would still eat for free. But what about the other six — the paying customers? How could they divvy up the $20 windfall so that everyone would get his “fair share?”
The six men realized that $20 divided by six is $3.33. But if they subtracted that from everybody’s share, Then the fifth man and the sixth man would end up being PAID to eat their meal. So the restaurant owner suggested that it would be fair to reduce each man’s bill by roughly the same amount, and he proceeded to work out the amounts each should pay.
And so the fifth man paid nothing, the sixth pitched in $2, the seventh paid $5, the eighth paid $9, the ninth paid $12, leaving the tenth man with a bill of $52 instead of his earlier $59. Each of the six was better off than before. And the first four continued to eat for free.
But once outside the restaurant, the men began to compare their savings. “I only got a dollar out of the $20,” declared the sixth man who pointed to the tenth. “But he got $7!”
“Yeah, that’s right,” exclaimed the fifth man, “I only saved a dollar, too . . . It’s unfair that he got seven times more than me!”.
“That’s true!” shouted the seventh man, “why should he get $7 back when I got only $2? The wealthy get all the breaks!”
“Wait a minute,” yelled the first four men in unison, “We didn’t get anything at all. The system exploits the poor!”
The nine men surrounded the tenth and beat him up. The next night he didn’t show up for dinner, so the nine sat down and ate without him. But when it came time to pay the bill, they discovered, a little late what was very important. They were FIFTY-TWO DOLLARS short of paying the bill! Imagine that!
And that, boys and girls, journalists and college instructors, is how the tax system works. The people who pay the highest taxes get the most benefit from a tax reduction. Tax them too much, attack them for being wealthy, and they just may not show up at the table anymore.
Where would that leave the rest? Unfortunately, most taxing authorities anywhere cannot seem to grasp this rather straightforward logic!
Da: Snopes.com
How taxes work

Vi ricordate questa frase: “Chi vota contro i propri interessi è un coglione”?
Era Silvio Berlusconi che ricordava agli elettori a pochi giorni dalle elezioni politiche di aprile che andare contro i propri interessi è da “coglioni”, anzi ancor più precisamente “votare”, quindi dare appoggio a qualcuno/qualcosa che è contro il nostro interesse è da “coglioni”.
C’è bisogno che faccia il parallelo passo passo, oppure ci arriviamo tutti da soli che dirsi contrari alle liberalizzazioni del pacchetto Bersani, a quello che da elettori abbiamo chiesto al centrodestra per anni, è da “coglioni”?
L’invito di Otimaster al “silenzio” del blog piuttosto che giudicare positivamente un atto del centrosinistra corrisponde ad una visione dei diari online come continuazione della voce del partito nella sfera privata, dove si preferisce tacere le proprie idee pur di non danneggiare nel nostro piccolo il partito a cui abbiamo dato fiducia nelle elezioni.
Bene, a questa concezione di blog io rinuncio in toto, e non perchè qui non si parli di politica da un punto di vista chiaramente “di parte”, ma perchè quella “parte” è la mia parte, non quella di Forza Italia, AN, UDC o centrodestra in generale ma solo e unicamente la mia.
Pensare di limitare i miei interventi solamente ad elogi per centrodestra e critiche per il centrosinistra è un concetto tanto assurdo che non mi è mai nemeno passato per la testa, sorprende che passi per la testa di Otimaster.
Per concludere l’ultimo punto è l’interesse politico, la questione qui è molto più semplice e breve: io sono un semplice cittadino, piegare le proprie idee all’interesse di parte lo lascio fare a chi è pagato per farlo, i politici; io preferisco continuare a dire come la penso e se è il caso anche a fare ammenda dei miei errori o complimentarmi con l’avversario.
Tutto questo lo scrivo non per insultare Otimaster o far polemica gratuita, ma per segnalare che un atteggiamento del genere se adottato in massa sarebbe la fine dei liberi pensatoi come TocqueVille, e cosa ancor più grave, sarebbe la morte intellettuale di noi stessi.
Il masochismo della politica

La commissione europea ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia europea, motivo?
I poteri della golden share italiana violano il trattato CE costituendo “restrizioni ingiustificate alla libera circolazione dei capitali e al diritto di stabilimento“.
Per entrare più nello specifico:
Il trattato consente eccezioni per ragioni di ordine pubblico, sicurezza pubblica, salute pubblica e difesa; pertanto l’obiettivo di proteggere alcune attività economiche può essere accettabile in casi specifici. La Commissione giudica però eccessivo l’uso dei poteri speciali previsti dalla normativa italiana per raggiungere tali obiettivi. Ritiene che i criteri per l’esercizio di questi poteri sono vaghi e di portata indeterminata e pertanto danno alle autorità ampi poteri discrezionali nel giudicare i rischi per gli interessi vitali dello Stato. Ritiene inoltre che le preoccupazioni d’interesse pubblico (vale a dire garantire la fornitura di alcuni servizi d’interesse generale) avrebbero potuto essere prese in considerazione mediante disposizioni alternative meno restrittive.
Se non sapete cos’è la golden share date un’occhiata qui; in Italia la golden share riguarda ENEL, ENI, Telecom Italia, Finmeccanica.
Speriamo che alle parole di Bersani ci sia un seguito, magari abolendo la legge.
From UE to Italia: bisogna cambiare la golden share

Daniele Capezzone, neo Presidente della Commissione Attività produttive della Camera e rappresentante della Rosa nel Pugno lancia un appello – manifesto per la concorrenza, le liberalizzazioni, le riforme strutturali in Italia.
Qua è disponibile il testo completo, se volete potete sottoscriverlo, io l’ho fatto.
Questi i punti principali:
1. L’economia italiana non ripartirà finché non verrà liberata dai mille vincoli che bloccano la concorrenza e consentono l’accumularsi di rendite pagate dagli outsider. Occorre imboccare con decisione la via delle liberalizzazioni: questa deve essere la priorità della politica economica. In questo senso, proponiamo alcune concrete e urgenti possibilità di intervento, che dovrebbero accompagnarsi ad un rinnovato sforzo e a significativi investimenti delle imprese (sostenute, in questo, da una decisa iniziativa politica a livello nazionale e locale) nell’innovazione di processo e di prodotto, anche come condizione per un’effettiva capacità di attrarre nuove risorse e di competere su scala internazionale.
a. La competizione e la liberalizzazione nel settore dei servizi di pubblica utilità, anche a livello locale, in una corretta suddivisione dei ruoli tra pubblico e privato, è una priorità assoluta per il paese. Come ha sottolineato il Governatore della Banca d’Italia, la concorrenza è per definizione un agente di giustizia sociale: e il superamento delle rendite monopolistiche e oligopolistiche, con relativa riduzione dei costi dei servizi, è un fattore fondamentale di miglioramento delle condizioni di vita in primo luogo delle fasce più povere della popolazione.
b. Servono azioni concrete in termini di “riforme senza spesa”: ad esempio, il superamento degli ordini professionali (per contribuire a riaprire una società chiusa, segnata dal peso di lobby e corporazioni), e l’abolizione del valore legale del titolo di studio universitario (per garantire uno shock nel segno della competizione positiva, dell’invito ai giovani a scommettere su di sé più che sul possesso di un pezzo di carta).
c. Occorre ridurre a 7 giorni al massimo il tempo necessario all’apertura di una nuova impresa, comprimendo tempi e caratteristiche degli adempimenti amministrativi, o comunque generalizzando criteri di silenzio-assenso e di autocertificazione: intanto, l’impresa apra e proceda, e poi provveda al completamento dell’iter burocratico.
2. Non è possibile rinviare ancora l’apertura del dibattito sulle riforme strutturali, in Italia ferme da troppo tempo, e sempre differite e rinviate. E’ necessario che da subito, e comunque nella prima parte della legislatura, si ponga mano alla questione della sanità, del pubblico impiego e delle pensioni, a partire dall’innalzamento dell’età media effettiva di pensionamento, in una nuova alleanza tra padri e figli, e con atti di generosità dei primi nei confronti dei secondi. Ma attenzione, i tagli da soli non servono. Interventi finanziari non accompagnati da un cambiamento delle regole sono effimeri: occorre cambiare le regole che sono alla base della crescita della spesa pubblica.
3. In termini di mercato del lavoro, occorre ripartire dal Libro Bianco di Marco Biagi. Certo, non possono essere solo i lavoratori a correre i rischi della flessibilità: ma sbarazzarsi della Legge 30 sarebbe un grave errore. Va invece riequilibrata e completata, e proprio nella direzione del Rapporto Biagi, e quindi riscrivendo il sistema degli ammortizzatori sociali, che in questo paese hanno finito spesso per tutelare troppo pochi (su 100 persone che perdono il lavoro, in Italia, solo 17 hanno una qualche forma di tutela). Ecco perché bisognerebbe -invece- pensare al modello inglese, con un sussidio di disoccupazione, e un meccanismo di “welfare to work”. Contestualmente, occorre affrontare il nodo dei salari italiani, tuttora tra i più bassi d’Europa. E’ necessario e possibile detassare per cinque anni gli aumenti salariali, e prevedere una riforma dei contratti che leghi la parte variabile dei salari ai risultati raggiunti e alla produttività. I sacrifici non possono essere sostenuti da una sola parte.
Tra i primi firmatari troviamo:
- Alberto Alesina, Economia, Harvard University
- Giuliano Da Empoli, Direttore di “Zero”
- Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes
- Natale Forlani, Amministratore Delegato di “Italia Lavoro”
- Oscar Giannino, Vicedirettore di “Finanza e Mercati”
- Francesco Giavazzi, Economia, Università Bocconi di Milano
- Massimo Lo Cicero, Economia dello sviluppo, Università di Roma La Sapienza
- Pio Marconi, Sociologia del diritto, Università di Roma La Sapienza
- Alberto Mingardi, Direttore generale Istituto Bruno Leoni
- Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, Economia, Università di Roma La Sapienza
- Fabio Pammolli, Direttore di “Istituzioni Mercati Tecnologie”
- Gaetano Romano, Presidente Associazione Nazionale Praticanti e Avvocati
- Florindo Rubbettino, Editore
- Luca Solari, Direttore del Centro di ricerca interdipartimentale Work, Training & Welfare, Università degli Studi di Milano
- Carlo Stagnaro, Direttore dipartimento “Ecologia di mercato” Istituto Bruno Leoni
- Secondo Tarditi, Economia, Università di Siena
- Chicco Testa, già Presidente dell’Enel
Speriamo che questo appello non venga dimentcato in fretta come troppo spesso capita.
Nuovo appello “L’Italia ce la può fare”

Dopo Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna il 13° paese che aderirà alla zona euro è la Slovenia.
Il 1 gennaio 2007 il tollar, moneta locale slovena, verrà rimpiazzato con l’euro; per fissare il tasso di cambio si riuniranno l’11 luglio i ministri delle finanze europei.
Per adesso possiamo vederci i disegni che verranno stampati sul lato nazionale per la Slovenia.
Gli euro italiani restano comunque i più belli, e non lo dico per amor di Patria.





