Un film blog worthy, sta girando in questi giorni su Sky Cinema, visto per caso e mi è piaciuto molto.
Iraq, soldati USA, squadra artificieri. Girato molto bene, non è il classico “rambo” movie, ma un film più ragionato, forse più umano su quella che è la vita di un soldato e cosa la guerra possa significare per lui. Non è neanche però uno di quei film superpallosi, si tratta pur sempre di un film di guerra!
Rece molto essenziale, ma non mi va di rovinare il film, cosiglierei anche di non vedere il trailer che fa un po’ di spoiler su come evolve la trama, ma se vi volete far del male eccolo, è l’originale inglese, quello in italiano è a fondo post.
Tanto semplice quanto fedele alla realtà, anche se :
* = Muqtada al-Sadr does have relationships with groups inside Iran. He doesn’t hate Iran and Iran doesn’t hate him. However, Sadr’s Mahdi Army is much less aligned with Iran than is his opponent Nouri al-Maliki–and Maliki’s backers–the ISCI and its armed wing, the Badr Brigade. That’s the point I’m trying to make. I’m just trying to distinguish their relationships with Iran.
Resta comunque una bella semplificazione per tutti quelli che non ci stanno capendo niente da anni.
Ecco la sintesi dell’analisi proposta dal Sole 24 Ore di ieri sul conflitto in Libano, oltre ad un titolo ingannevole “La passività dei paesi arabi di fronte al travaglio del Libano“, l’articolo dedica solo una piccola parte finale alle ragioni dei paesi arabi per la loro passività, si riesce anche a sbagliare l’analisi.
Il motivo, non citato, dell’apparente passività dei paesi arabi della regione alla guerra d’Israele contro Hezbollah va cercata nel bilanciamento di potere tra i vari Stati: Egitto, Arabia Saudita e Giordania a maggioranza sunnita, non vedono di buon occhio la crescente influenza dell’Iran sciita; dopo il cambio di regime avvenuto in Iraq dove si è passati da una dittatura della minoranza sunnita ad un sistema parlamentare che premia la maggioranza sciita del paese, la sfera di influenza iraniana è cresciuta gettando le basi per una supremazia regionale, ecco allora che il ridimensionamento del suo braccio armato in Libano, Hezbollah, diventa conveniente anche per i paesi arabi della regione.
Questo è il motivo della “passività” dei paesi arabi di fronte alla situazione libanese, non è la paura di un nuovo intervento USA nella regione (altamente improbabile con l’Iraq da stabilizzare) ma la paura di vedere l’Iran guadagnare ancor più potere sulla regione.
Ci si aspetterebbe molta più competenza e meno partigianeria da un giornale come il Sole 24 Ore, ma ormai non ci si sorprende più di niente.
Si parla dell’esercito, di come era e di come è, prendendo ad esempio la storia di Berkew Babakir, 21 anni, curdo, cresciuto nel nord Iraq sotto il regime di Saddam Hussein, ha visto la sua gente soffrire sotto la tirannia, ma nonostante questo ha sviluppato il sogno di entrare nell’esercito.
Ora che il regime è caduto si è iscritto per diventare un ufficiale alla Zahko Military Training Academy, una delle tre scuole che addestrano ufficiali militari in Iraq.
“Il vecchio Esercito Iracheno uccideva le persone e distruggeva i villaggi” dice Babakir, “voglio cambiare questo concetto. L’Esericto non è per uccidere i nostri connazionali, ma per difenderli”. In questo concetto c’è tutta la storia dell’Iraq, tutto quello di importante che c’è da sapere, tutta la speranza di chi ha vissuto sotto un regime barbaro che uccideva i suoi sudditi e vuole cambiare il suo paese in meglio.
A Zahko sono in 5000 cadetti che ci provano, e cosa del tutto nuova sono di etnia mista, arabi e curdi sotto lo stesso tetto, una delle prime volte che succede; nelle altre accademie del paese c’è una divisione per etnie: a Rustamiyah, vicino Baghdad, il 98% è arabo, mentre a Qualachulon in Sulemaniyah il 95% è curdo; è un’altro segno del cambiamento, specie in una nazione dove le divisioni etniche rischiano di scoppiare in conflitto armato.
Massimo D’Alema, il nostro ministro degli Esteri, è andato a Washington dalla Condoleezza Rice e ha proposto che il dopo ritiro dall’Iraq avvenga così: rientrati che siano i nostri militari, l’Italia manderebbe poi laggiù 39 addestratori di poliziotti iracheni, i quali sarebbero protetti non da soldati italiani, ma da soldati americani, oppure da quelli inglesi. Contemporaneamente un altro D’Alema, cittadino di Sanremo, ha annunciato che sarebbe dispostissimo a giocare al casinò, però con i soldi di Emilio Fede. Si è venuti a sapere proprio in quel momento che un terzo D’Alema, allenatore di calcio nato al Testaccio, stava rilasciando la seguente dichiarazione da Roma: “Certo che allenerò i giallorossi. Certo che voglio un calcio pulito. La mia è una passione. Per il prossimo campionato propongo questa soluzione: noi ci vendiamo i nostri giocatori, il Milan ci regala tutti i suoi e poi si parte”. Sono passate le ore, si è fatta notte. Alcuni cittadini riferiscono ora di aver intravisto anche un quarto D’Alema, nel buio tra i tigli di Villa Borghese, mentre faceva il frocio col culo di Fassino.
Vi consiglio di farci un salto per capire come sia facile manipolare informazioni sula base di pregiudizi o a fini scandalistici, tanto per alzare un po’ l’attenzione e gli ascolti insomma.
Chissà cosa si sarebbe detto se si fosse arrualato un nuovo Marilyn Manson nei marine USA, probabilmente che i marine sono un gruppo di anticristi devoti alla droga ecc ecc.