Leggo su JimMomo che il velo portato dalle donne di religione musulmana sarebbe un simbolo di segregazione e per questo va proibito.
Non posso che dirmi contrario a questo approccio che vede nella rimozione della somma il metodo migliore per cancellare l’addizione; ovvero nella rimozione del velo il modo per migliorare la condizione della donna.
Io credo che lo stato non abbia il potere di decidere il mio abbigliamento, certo questo non può essere vero in assoluto (non posso girare completamente nudo per il centro di Milano), ma è vero quando tenta di modificare le scelte autonome delle persone.
Se una donna decide liberamente di portare il velo, lo stato deve rispettare e tutelare la sua libertà nel farlo, che questo ci piaccia o meno; nel caso in cui una donna venga costretta da parenti o amici a portare il velo lo stato deve intervenire nel tutelare la donna così come già è tanuto a fare nel caso in cui una persona subisca minacce da un’altra.
Molti credono che vietare il velo sia un modo per portare all’emancipazione le donne musulmane, io credo che sarebbe un terribile errore per due motivi:
Se il velo prima era un simbolo religioso, la scelta francese lo ha reso un segno di ribellione, un indumento attraverso il quale potersi sentire parte di una comunità; in poche parole lo ha trasformato in un simbolo identitario.
L’emancipazione è un fatto personale e senza una decisione autonoma, ragionata e capita ogni tentativo di emancipare forzatamente le donne musulmane verrà letto dalle comunità musulmane come una ragione in più per sentirsi “diversi”, o peggio ancora “perseguitati”.
In conclusione, la libertà dal velo, da qualsiasi simbolo, deve essere una scelta personale e autonoma, altrimenti è solo un’altro obbligo travestito da libertà.
La libertà, è libertà di scegliere, se non c’è scelta perchè c’è un divieto, che libertà è?
Ecco la sintesi dell’analisi proposta dal Sole 24 Ore di ieri sul conflitto in Libano, oltre ad un titolo ingannevole “La passività dei paesi arabi di fronte al travaglio del Libano“, l’articolo dedica solo una piccola parte finale alle ragioni dei paesi arabi per la loro passività, si riesce anche a sbagliare l’analisi.
Il motivo, non citato, dell’apparente passività dei paesi arabi della regione alla guerra d’Israele contro Hezbollah va cercata nel bilanciamento di potere tra i vari Stati: Egitto, Arabia Saudita e Giordania a maggioranza sunnita, non vedono di buon occhio la crescente influenza dell’Iran sciita; dopo il cambio di regime avvenuto in Iraq dove si è passati da una dittatura della minoranza sunnita ad un sistema parlamentare che premia la maggioranza sciita del paese, la sfera di influenza iraniana è cresciuta gettando le basi per una supremazia regionale, ecco allora che il ridimensionamento del suo braccio armato in Libano, Hezbollah, diventa conveniente anche per i paesi arabi della regione.
Questo è il motivo della “passività” dei paesi arabi di fronte alla situazione libanese, non è la paura di un nuovo intervento USA nella regione (altamente improbabile con l’Iraq da stabilizzare) ma la paura di vedere l’Iran guadagnare ancor più potere sulla regione.
Ci si aspetterebbe molta più competenza e meno partigianeria da un giornale come il Sole 24 Ore, ma ormai non ci si sorprende più di niente.
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Io intanto procedo a mettere nella sidebar il conteggio degli attacchi dei Terroristi Islamici dall’11/9 in poi, chissà se servirà a far aprire gli occhi a qualcuno.